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Tendiniti e Pubalgia

E’ sempre in modo indiretto, vale a dire nell’ambito di una ristrutturazione globale, che il Rolfer® interviene su patologie specifiche come queste. Il Rolfing® le considera come il risultato di uno squilibrio profondo nell’organizzazione mio-fasciale, epilogo di anni di scompensi latenti, rimasti a lungo indolori.
Il nostro organismo, per mantenere una buona funzionalità, è in grado di assorbire le sollecitazioni eccessive, focalizzate in una zona ristretta, ridistribuendo la fatica su un tratto più esteso.
Quando un muscolo – un tendine – un legamento, sono molto sollecitati e sono passibili di infiammazione e poi di usura, automaticamente il corpo reagisce e cerca di suddividere lo sforzo su tutta una catena di muscoli che hanno la stessa funzione, per esempio tutti i flessori del braccio: è come se in un palazzo scoppiasse un incendio e tutti i condomini, uno dopo l’altro, fossero mobilitati per passarsi i secchi d’acqua, per spegnerlo.

Se questo “surmenage” per fronteggiare l’emergenza non si esaurisce e si protrae nel tempo, tutti i muscoli iper-stimolati si stancano e vanno in crisi.

Il dolore subentra solo quando il fisico ha esaurito la capacità di assorbire la fatica, spartendola; a quel punto, però, non è solo un’area ristretta, quella dolorante, ad avere problemi: si trovano zone di sofferenza, sensibili al tatto, su di una fascia più ampia e anche lontana dalla parte che spasima.
Questa semplificazione può far capire come insorge una tendinite, o un’altra patologia analoga.

Le infiammazioni dei tendini colpiscono non solo chi fa sforzi consistenti, come i giocatori di tennis – che hanno portato agli onori della ribalta l’epicondilite, ribattezzata “il gomito del tennista“- ma anche chi fa lavori meno pesanti, ma ripetitivi, come le “manicures”.

Alla base, c’è l’incapacità di queste persone di usare gli arti, inferiori o superiori, svincolati dalla parte assiale del corpo.
Quando si verifica questa condizione, la colonna vertebrale è coinvolta in modo non appropriato e qualche radice nervosa ne soffre.
A quel punto, un’infiammazione locale può diventare cronica, perché si crea un circolo vizioso, dato che la radice nervosa a sua volta dà risentimenti a tutta la zona che innerva.

Ogni cura anti-infiammatoria circoscritta dà sollievo, ma non è risolutiva e la situazione rimane critica finché non si risolve il problema, letteralmente, alla radice.
Per non avere ricadute è necessario riportare equilibrio tra i gruppi muscolari antagonisti che lavorano in modo sbilanciato e instaurare un movimento diverso, di migliore qualità, che lasci la spina dorsale svincolata dai gesti di braccia e gambe.

La logica del corpo è complessa: si possono trovare problemi alle spalle, sorti come compenso di uno squilibrio del bacino; oppure il contrario: un colpo di testa assorbito malamente può creare una disfunzione a livello del sacro.

La pubalgia viene presa in considerazione dai Rolfers® nello stesso modo.
Può subentrare in seguito ad un impatto violento o ad un parto problematico.
Talvolta all’origine ci può essere una componente viscerale: una disfunzione della vescica, dell’intestino, o anche dello stomaco.

 

Di fatto affligge molti atleti, in alcune discipline sportive più che in altre. E’ di rilievo che i danzatori, pur sottoponendo il loro organismo a sforzi importanti, molto raramente soffrono di pubalgia, perché lavorano sulla flessibilità, non sulla potenza.
Il corpo umano è in grado di affrontare grandi sollecitazioni, ma per continuare a essere efficiente ha bisogno di recuperare dalla fatica e di essere mantenuto elastico.

Il più delle volte la pubalgia può essere imputata a una preparazione atletica inadeguata allo sforzo richiesto allo sportivo. Va interpretata come un eccesso di lavoro, dovuto a un potenziamento muscolare esagerato, a scapito dell’elasticità e della scioltezza.

I sintomi dolorosi sono a livello del pube, ma a volte s’irradiano agli adduttori, agli addominali, all’inguine, ai genitali. La zona pubica può essere il punto di incontro-scontro di forze che arrivano dal basso (l’impatto al suolo) e di altre discendenti (peso del tronco). Per l’atleta, tutto procede bene finché i suoi muscoli hanno una lunghezza e un’elasticità tali da consentire l’assorbimento di questi impatti, mantenendo una coordinazione ottimale.

Può sembrare strano, ma normalmente i “colpevoli” delle pubalgie sono i muscoli posteriori della coscia, che si ingrossano eccessivamente e si accorciano, impedendo al ginocchio di distendersi correttamente nella parte posteriore: mentre si corre, per esempio. Altri muscoli, gli adduttori, non trovano più lo spazio per lavorare in modo appropriato: si contraggono, si irrigidiscono.

Il movimento non riesce più ad essere ampio e fluido, come sarebbe invece necessario quando, nel gesto atletico, il corpo ha bisogno di dispiegarsi per esprimere la sua massima potenza: viene invece sollecitato mentre è compresso. L’area pubica, crocevia di spinte contrapposte, ne risente più del resto.

Nel momento in cui uno o più gruppi diventano troppo forti (iper-tonici) si instaurano delle congestioni, che alterano il corretto metabolismo muscolare.
Al tatto gli adduttori saranno molto più dolenti degli ischio-crurali nella coscia, ma sono questi ultimi che devono avere la precedenza nell’essere allungati e “rieducati”: non c’è speranza per gli adduttori di ritrovare la loro economia di lavoro, se gli ischio-crurali non la trovano per primi.

Il trattamento della pubalgia deve prevedere un recupero funzionale delle varie articolazioni, che possono essersi bloccate in seguito a compensi, messi in atto dall’organismo per proteggersi; le sacro-iliache, la zona lombare o anche la parte inferiore della gamba: tutte possono essere coinvolte, ma qualche volta i compensi raggiungono punti anche più lontani.

Finché non vengono ripristinati elasticità e un buon movimento ovunque, anche la pubalgia non sparisce, o può ritornare.

 

 

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